Parliamo di trauma quando un’esperienza viene vissuta come una minaccia per la propria vita, per la propria integrità o per il proprio equilibrio psichico, e supera le capacità della persona di farvi fronte e di darle un senso. In quel momento si attivano reazioni istintive di sopravvivenza, governate dalle aree più antiche e profonde del cervello. Già tra Ottocento e Novecento Jean-Martin Charcot e Pierre Janet descrivevano il trauma in termini psicologici: un’esperienza che la mente non riesce a integrare.
Quando di fronte a un pericolo non è possibile né difendersi né fuggire, i meccanismi di protezione dell’organismo vengono sopraffatti e perdono la loro regolazione. A rendere traumatica un’esperienza, quindi, non è soltanto ciò che accade, ma il senso di impotenza e l’impossibilità di reagire.
Un trauma non nasce solo da eventi eccezionali o catastrofici. Anche la trascuratezza emotiva, la mancanza di cure e di attenzioni, il sentirsi ripetutamente non visti possono lasciare segni profondi: sul valore che ci si attribuisce, sull’autostima, sul senso di sicurezza e sulla fiducia nelle proprie capacità.
Per descrivere questa varietà di esperienze si usano spesso due espressioni:
trauma con la “T” maiuscola: eventi fuori dall’ordinario che mettono in pericolo la vita o l’integrità fisica, propria o di altri, come un incidente, un’aggressione, una catastrofe naturale;
trauma con la “t” minuscola: esperienze meno eclatanti ma dolorose, che feriscono il senso di sé, come essere umiliati da un insegnante davanti alla classe, essere lasciati all’improvviso dal partner, perdere il lavoro, attraversare una separazione o un lutto.
Quando le esperienze dolorose si ripetono e si protraggono nel tempo, soprattutto all’interno di relazioni importanti, si parla di trauma complesso: è il caso del bullismo, del mobbing, dell’abuso, della trascuratezza o dell’abbandono vissuti nell’infanzia. Nessuno, in fondo, ne è del tutto immune: ognuno di noi porta con sé ferite che spesso non riconosce nemmeno come tali.
Alcune ferite attraversano le generazioni. Si parla di trauma intergenerazionale quando esperienze dolorose mai elaborate da genitori o nonni continuano a far sentire i loro effetti su figli e nipoti, anche se non se n’è mai parlato apertamente e senza che chi ne porta il peso ne sia consapevole.
Spesso passano proprio attraverso ciò che non viene detto: segreti di famiglia, silenzi, argomenti tabù nati per proteggere sé e i propri cari da un dolore troppo grande, e che finiscono per gravare su chi viene dopo. Il canale principale è la relazione tra genitore e figlio: il modo in cui un genitore si prende cura, risponde, si avvicina o si ritrae plasma il legame di attaccamento del bambino.
La trasmissione potrebbe iniziare ancora prima della nascita. Gli studi di epigenetica, la disciplina che indaga come l’ambiente regola l’attività dei geni senza modificarne la sequenza, suggeriscono che esperienze di forte stress possano cambiare il modo in cui alcuni geni si “accendono” o si “spengono”, anche nelle cellule riproduttive, e che una parte di queste modifiche possa passare ai figli. Il trauma lascerebbe così tracce non solo psicologiche, ma anche nel corpo.
Nulla di tutto questo, però, è un destino già scritto: un percorso di psicoterapia che aiuti a prendere consapevolezza di queste esperienze e a rielaborarle può ridurne profondamente l’influenza.
Le esperienze traumatiche sono molto più diffuse di quanto si creda e rendono più vulnerabili allo sviluppo di diverse forme di sofferenza psicologica, tra cui:
il disturbo post-traumatico da stress e il disturbo acuto da stress, che i manuali diagnostici collocano tra i disturbi legati a eventi traumatici e stressanti;
l’ansia e la depressione;
alcuni disturbi di personalità, come quello evitante, quello paranoide e il disturbo borderline.
Il trauma può anche “dividere” l’esperienza di sé. Per difendersi da ciò che è troppo doloroso, la mente può separare ricordi, emozioni e sensazioni, fino a organizzare l’identità in parti che comunicano poco tra loro: è la frammentazione del sé, che nelle forme più marcate si esprime nei disturbi dissociativi.
Le ferite, grandi e piccole, vissute soprattutto nell’infanzia influenzano il modo in cui reagiamo allo stress, la vulnerabilità ai disturbi psicologici e perfino alcuni tratti della personalità, come la riservatezza o la facilità a sentirsi in colpa.
Se non viene elaborato, il trauma tende a radicarsi e ad aggravarsi con il tempo: si consolidano modi di trattare se stessi e di stare con gli altri che fanno soffrire, la capacità di affrontare le difficoltà si riduce e la persona si sente più fragile di fronte agli imprevisti della vita.
Il pericolo viene registrato prima dal corpo che dalla mente: sensazioni e reazioni fisiologiche partono prima ancora che riusciamo a pensare o a dare un nome a ciò che proviamo. Anche la reazione ai trigger, gli stimoli che richiamano il trauma, è una risposta automatica di sopravvivenza, che scatta senza passare dalla consapevolezza.
Quando l’organismo si sente minacciato mette in atto difese automatiche, che possono restare attive anche quando la situazione è cambiata: si rimane in allerta, pronti a ripetere le reazioni che in passato ci hanno protetto.
A guidare queste reazioni è la memoria procedurale, una memoria del corpo rapida ed economica, che però tende a ripetere schemi appresi nel passato più che ad adattarsi al presente, e rende più difficile imparare risposte nuove. Fa parte della memoria implicita: ricordi che non si presentano come immagini o racconti, ma come sensazioni fisiche, e che si riattivano quando una situazione somiglia, anche solo in parte, all’esperienza originaria.
Per questo ciò che resta di un trauma non è tanto il ricordo dell’evento, quanto la reazione del corpo che continua a riaccendersi nel presente.
Il corpo ricorda. Proprio perché il trauma vive nella memoria corporea, nella cura il lavoro con il corpo diventa centrale: la psicoterapia sensomotoria aiuta a trasformare le risposte automatiche che continuano ad attivarsi nel presente.
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Uno stesso evento può essere traumatico per una persona e non per un’altra. Molto dipende dalle risorse personali e dal posto che ciascuno occupa nel contesto sociale: istruzione, età, condizioni economiche, famiglia, religione, lingua, lavoro, aspetto fisico, orientamento politico, identità di genere, provenienza.
Secondo Peter Levine, “il trauma non è ciò che ci accade, ma ciò che conserviamo dentro di noi in assenza di un testimone empatico”. Poter condividere ciò che si è vissuto, sentirsi riconosciuti e ricevere cura, dagli altri e da se stessi, è uno dei fattori che più proteggono dallo sviluppo del trauma.
Il corpo riflette lo stato del sistema nervoso. L’arrivo di un trigger è come una scossa di terremoto che, attraverso il nervo vago, si propaga a tutto l’organismo. Secondo la teoria polivagale di Stephen Porges, il sistema nervoso può trovarsi in tre stati:
ventro vagale: lo stato della sicurezza e del coinvolgimento sociale, che si sviluppa nella relazione con le figure di attaccamento;
simpatico: di fronte al pericolo mobilita le difese di attacco e fuga (iper-attivazione), con ipervigilanza, agitazione, difficoltà a fermarsi e a riposare;
dorsale vagale: davanti a una minaccia per la vita attiva le difese immobilizzanti, come la morte finta e la dissociazione (ipo-attivazione), con disconnessione, ottundimento, sottomissione, difficoltà a pianificare.
Tra questi due estremi c’è la finestra di tolleranza, la zona di attivazione emotiva ottimale in cui riusciamo a restare presenti. Dopo un trauma questa finestra tende a restringersi, e basta poco per uscirne.
Se il trauma resta scritto nel corpo, le parole da sole spesso non bastano. La psicoterapia sensomotoria, sviluppata da Pat Ogden, integra il dialogo con l’attenzione alle sensazioni, alla postura e al movimento. Lavorando nel qui ed ora, aiuta a ritrovare un senso di sicurezza nel corpo, ad allargare la finestra di tolleranza e a completare le risposte di difesa che all’epoca non hanno potuto realizzarsi, restituendo alla persona la percezione della propria forza e competenza.
In questo modo, lavorando nel presente, si riesce ad agire sul passato.
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