Riprendendo un’intuizione dello psichiatra francese Pierre Janet, il trattamento si articola in tre fasi, non rigide: quando serve, si può sempre tornare a una fase precedente.
1. Sicurezza e stabilizzazione
L’obiettivo iniziale è costruire un senso di sicurezza, nella relazione e nel proprio corpo, e ridurre i sintomi più invalidanti. La persona impara a riconoscere i propri stati di attivazione e a usare le risorse somatiche per ritrovare equilibrio, per esempio:
il radicamento: sentire i piedi a terra e il peso del corpo sostenuto dalla sedia;
l’allineamento: allungare la colonna, sentire la solidità della schiena;
l’orientamento: guardarsi intorno e riconoscere che il pericolo non è qui, adesso;
i confini: sperimentare con il corpo la giusta distanza, il gesto di fermare, un “no” espresso anche con le braccia.
2. Elaborazione dei ricordi traumatici
Quando le risorse sono sufficienti, ci si avvicina gradualmente alla memoria traumatica, senza bisogno di rivivere il trauma né di raccontarlo nei dettagli. Si lavora con piccole porzioni di ricordo mantenendo una doppia consapevolezza: un piede nel ricordo e uno nel presente, sapendo di essere al sicuro nella stanza di terapia.
Emergono spesso impulsi di movimento rimasti “congelati”: spingere via, scappare, proteggersi. Con lentezza e piena consapevolezza, questi movimenti possono essere portati a compimento, per esempio spingendo con le braccia contro un cuscino. È ciò che Janet chiamava atti di trionfo: esperienze di forza e di efficacia che contrastano il senso di impotenza e di vergogna lasciato dal trauma. Il ricordo smette di essere vissuto come un “pericolo, adesso” e comincia a essere sentito come qualcosa di “finalmente finito”.
3. Integrazione e ferite di attaccamento
Nell’ultima fase l’attenzione si sposta sulla vita di tutti i giorni: le relazioni, la capacità di provare piacere, di esplorare, di giocare, di vivere l’intimità. Quando le difficoltà nascono da esperienze relazionali ripetute nell’infanzia, come trascuratezza o genitori imprevedibili, non c’è un singolo ricordo da elaborare, ma un modo di essere organizzato nel corpo: irrigidirsi, non chiedere, compiacere. Si esplorano così azioni che un tempo non erano possibili, come tendere la mano, porre un confine, lasciarsi confortare. Le nuove convinzioni (“posso chiedere”, “sono capace”) diventano così esperienze sentite nel corpo.